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La tiroidite di Hashimoto è una patologia infiammatoria a carico della tiroide che risulta ipofunzionante in quanto soggetta a processi autoimmuni.

In questi casi infatti, il tessuto ghiandolare viene attaccato da anticorpi prodotti dal sistema immunitario che non lo riconosce. Succede in pratica quello che si verifica quando vi è un’infezione, che viene attaccata dal sistema immunitario per debellarla. Si tratta della più comune e diffusa forma di ipotiroidismo in cui i tireociti (cellule tiroidee), non sono in grado di sintetizzare adeguate concentrazioni ormonali.

 

Le Cause della Tiroidite di Hashimoto

Le cause scatenanti di questo disturbo non sono ancora state chiarite completamente, poiché la sua eziologia sembra avere origini multifattoriali, derivanti sia da fattori ereditari che dall’età (con maggiore incidenza dopo i quarant’anni).

Spesso la tiroidite di Hashimoto, che si associa a diabete di tipo 1, artrite reumatoide o celiachia, interessa prevalentemente soggetti femminili.

Ma cosa succede in pratica all’organismo?

Quando si è affetti da questa forma di tiroidite, nel 90% dei casi dalle analisi si riscontra la presenza di anticorpi anti-perossidasi (Anti-TPO) e  nel 50% circa dei casi, anti-tireglobulina (Anti-TG) che con la loro azione determinano un danno progressivo alla tiroide causando l’ipotiriodismo.

Più raramente, si riscontra la presenza di anticorpi anti-recettore del TSH di tipo bloccante (nella variante atrofica) o YSH di tipo stimolante (TRAb) che sono responsabili dell’insorgenza dell’ipertiroidismo nella forma conosciuta come Hashitossicosi.

 

Come si manifesta la Tiroidite di Hashimoto

Dapprima la malattia è asintomatica e rimane tale anche per molti anni, mostrando poi ad un certo punto, un esordio subdolo e indefinito.

Successivamente, la progressione dei sintomi è lenta e si manifesta con: pallore cutaneo, intolleranza al freddo, stitichezza, ipercolesterolemia, ritenzione idrica, abbassamento della voce, dolori all’apparato osteoarticolare e tendenza alla depressione.

Dalle osservazioni scientifiche si evince inoltre che in circa la metà dei soggetti che contraggono questa patologia, la tiroide è inizialmente già ipoattiva, mentre nel restante 50% la tiroide inizialmente funziona bene e solo successivamente lo diventa.

 

Diagnosi della Toroidite di Hashimoto

La variabilità sintomatologica di questo disturbo rende ancora più difficile una diagnosi precoce, che spesso è casuale e derivante dall’esecuzione di esami ematici di routine.

Come conseguenza della diminuita produzione degli ormoni tiroidei, l’ipofisi cerca di compensare tale deficit aumentando la produzione di tireotropina (TSH), un fattore che stimola l’attività ghiandolare.

Alcuni pazienti mostrano anche  la comparsa del gozzo tiroideo, un vistoso rigonfiamento localizzato nella porzione anteriore del collo e provocato dall’aumentato volume della ghiandola.

Dal punto di vista biochimico, i pazienti affetti da tiroidite di Hashimoto presentano valori di di TSH superiori a 4 mg/dl (soglia fisiologica della tireotropina) e valori inferiori al normale di T3 e T4 (ormoni tiroidei).

Le complicanze della malattia sono collegate anche all’aumentata concentrazione di colesterolo, che provoca un maggiore rischio cardiovascolare oltre a  disturbi circolatori.

Quando l’ipotiroidismo non viene curato adeguatamente, può insorgere il mixedema, comprendente un insieme di manifestazioni come gonfiore al volto, perdita di capelli, fragilità delle unghie e pallore cutaneo.

 

Tiroidite di Hashimoto: come si cura?

Questa forma di ipotiroidismo ad oggi non ha cure definitive, ma soltanto trattamenti che permettono di ristabilire la corretta quantità di ormoni tiroidei nell’organismo e che permettono di condurre una vita normalissima.

Per trattare la tiroidite di Hashimoto, è necessario introdurre ormoni sintetici che vanno a colmare la carenza di quelli naturali.

In particolare, i farmaci che trovano maggiore impiego sono quelli a base di levotiroxina sodica, considerato un principio attivo di pronto intervento da assumere in un unico dosaggio al mattino a digiuno.

È necessario effettuare controlli periodici per valutare il dosaggio del composto nel sangue, poiché un suo sovra-dosaggio potrebbe provocare l’insorgenza di reazioni avverse.

È opportuno anche implementare l’introduzione di iodio, che è uno dei principali costituenti degli ormoni tiroidei, impostando un regime dietetico a base di prodotti ittici (molti pesci contengono elevate percentuali del minerale), utilizzando sale iodato e facendo impiego di specifici integratori anche a base di selenio.

Alcuni farmaci possono incidere sulla capacità di assorbimento della levotiroxina, tra cui quelli contenenti calcio, gli ipocolesterolemizzanti, l’idrossido di alluminio e il sucralfato.

L’assunzione di ormoni tiroidei sintetici tramite farmaco,  per i soggetti affetti da ipotiroidismo, sarà necessaria per tutto il corso della vita.

 

Soggetti più inclini all’insorgenza della patologia

La tiroidite di Hashimoto è molto più frequente nelle donne, soprattutto in età avanzata ed ha caratteristiche di familiarità. Studi scientifici dimostrano che sono particolarmente esposti quei soggetti che presentano anomalie cromosomiche come le sindromi di Down, di Klinefelter e di Turner.

Alcuni soggetti con questa forma di ipotiroidismo presentano altre patologie endocrine (es. diabete) o altre malattie autoimmuni come l’anemia perniciosa o l’artrite reumatoide.

 

Quali esami per la Tiroidite di Hashimoto?

Per diagnosticare la tiroidite di Hashimoto è necessario innanzi tutto una prima visita dall’endocrinologo che prescriverà gli esami di laboratorio specifici per la valutazione della funzionalità tiroidea.

  • TSH
  • T4 – tiroxina totale e libera
  • T3 tiroiotironina totale e libera

Nello specifico vi sono alcuni esami da fare per rilevare la presenza o non presenza degli anticorpi tiroidei, necessari per diagnosticare con esattezza la Tiroidite di Hashimoto, denominati:

  • Anti TPO
  • TgAb

Può anche accadere che in soggetti affetti da una lieve forma di tiroidite di Hashimoto, questi test risultino negativi per cui viene prescritta anche un’ecografia.

 

Tiroidite e gravidanza

Iniziamo dalla sfatare una falsa informazione. Non è vero che le donne affette da tiroidite di Hashimoto non possano rimanere incinte. Questo tipo di patologia non intacca in nessun modo la propria fertilità e non comporta pericoli durante il decorso della gravidanza. Basta soltanto prevenire le eventuali complicanze per il bambino con una terapia adeguata.

L’importante è sottoporsi con regolarità al monitoraggio medico per assicurarsi che i livelli dei propri ormoni tiroidei siano nella quantità giusta per garantire il concepimento.

Gli esami quindi vanno fatti prima (in fase di programmazione della gravidanza) e durante la dolce attesa.

 

Cosa mangiare se si ha la tiroidite di Hashimoto

Come suggerisce il nostro nutrizionista, cibi indicati per soggetti affetti da tiroidite di Hashimoto sono quelli ricchi di Omega 3, quindi largo spazio al pesce sulle proprie tavole.

Non deve mancare l’apporto di frutta e verdura di stagione.

È necessario però sapere che tra frutta e verdure vi sono delle specie per le quali si consiglia di limitare l’assunzione. Ribadiamo che non sono cibi che non si possono mangiare con la tiroidite di Hashimoto ma da consumare con moderazione.

  • Cavoli
  • Cavolfiori
  • Broccoli
  • Rape
  • Ravanelli
  • Spinaci
  • Fagioli
  • Soia
  • Fragole
  • Pesche

La dieta deve includere sicuramente olio extravergine di oliva, zenzero, curcuma e cibi integrali, nonché i cosiddetti “antiossidanti” come la frutta secca.

È consigliato anche di limitare il consumo di alimenti contenenti grassi saturi, glutine e un’elevata quantità di zuccheri.

 

Chi è lo specialista che si occupa della cura della tiroide?

Il medico che si occupa del trattamento delle patologie legate alla tiroide è l’endocrinologo.

Presso il nostro Poliambulatorio a Latina riceve su appuntamento uno specialista endocrinologo.

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